Presenza – Johann Wolfgang Goethe

Tutto è annuncio di te!
Appare il sole radioso,
e tu dietro a lui, spero.
Esci fuori in giardino
e sei rosa fra le rose,
e sei giglio fra i gigli.
Quando nel ballo ti muovi
si muovono le stelle,
insieme e intorno a te.
Notte! E così sarebbe notte!
Tu superi lo splendore soave
e seducente della luna.
Seducente e soave sei tu,
e fiori, luna e stelle
a te s’inchinano, o sole!
Sole, sii anche per me
artefice di giorni radiosi!
Questa è vita, è eternità.

Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Ascesa al Monte Ventoso – Francesco Petrarca

Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. E’ proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: “Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia.

Le leggende del mondo emerso – Licia Troisi

– Da sempre il mondo emerso funziona così. Distruttori si alternano a consacrati, in un ciclo eterno al quale le razze di questo mondo sono sempre sopravvissute, indipendentemente da chi abbia vinto lo scontro. È l’essenza del mondo, e va accettata. Nulla è eterno.
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– E quindi voi dite che dobbiamo restare a guardare la distruzione senza fare nulla!
– Io dico che bisogna combattere quando sarà il momento, e lo faremo, come sempre. È questo il nostro ruolo. Non possiamo, non dobbiamo alterare il ciclo. Questo non vuol dire non essere padroni del proprio destino; vuol dire invece saper reagire nel modo corretto a ciò che è inevitabile.

Pensieri – Giacomo Leopardi

Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto.

Il lupo della steppa – Hermann Hesse

“Tutti questi uomini, qualunque siano le loro gesta e le loro opere, non hanno veramente alcuna vita, vale a dire la loro vita non è un’esistenza, non ha una forma, essi non sono eroi o artisti o pensatori come altri possono essere giudici, medici, calzolai o maestri, ma la loro vita è un moto eterno, una mareggiata penosa, è disgraziatamente e dolorosamente straziata, paurosa o insensata, quando non si voglia trovarne il significato proprio in quei rari avvenimenti e fatti, pensieri e opere che balzano luminosi sopra il caos di una simile vita. Tra gli uomini di questa specie è nato il pensiero pericoloso e terribile che forse tutta la vita umana è un grave errore, un aborto della Madre primogenita, un tentativo della Natura terribilmente fallito”

Veronika decide di morire – Paulo Coelho

“Nell’organismo degli esseri umani è presente l’Amarezza -in misura maggiore o minore-,proprio come alligna il bacillo della tubercolosi. Ma le due malattie attaccano solo quando la persona è debilitata: nel caso dell’Amarezza,la malattia compare quando si manifesta la paura della cosiddetta “realtà”.
Nella frenesia di volecostruire un mondo inviolabile per qualsiasi minaccia proveniente dall’esterno, alcune persone aumentano esageratamente le difese contro l’esterno (gente estranea, posti nuovi, esperienze diverse) e lasciano sguarnito l’interno. Da quel momento, l’Amarezza comincia a causare danni irreversibili.
Il grande bersaglio dell’Amarezza -o del “Vetriolo”, come preferiva definirlo il dottor Igor- era la volontà. Le persone colpite dal male perdevano a poco a poco ogni voglia di agire, e nel volgere di qualche anno non sapevano più uscire dal proprio mondo, avendo sprecato enormi energie nella costruzione di alte muraglie, affinchè la realtà fosse come essi desideravano.
Neltentativo di evitare l’attacco esterno, avevano limitato la proprio crescita interiore. Continuavano a recarsi a lavorro, a guardare la televisione, a lamentarsi del traffico e ad avere figli, ma ogni cosa avveniva in modo automatico, senza alcuna grande emozione interiore -perchè, in definitiva, era tutto sotto controllo-.
Il grande problema dell’avvelenamento da Amarezza era che anche le passioni -l’odio, l’amore, la disperazione, l’entusiasmo, la curiosità- smettevano di manifestarsi. Dopo qualche tempo, all’amareggiato non restava più alcun desiderio. E non aveva voglia nè di vivere nè di morire: ecco il problema.
Ecco perchè gli amareggiati, gli eroi e i folli erano sempre affascinanti: perchè non avevano paura di vivere o di morire.
Sia gli eroi sia i folli si mostravano sprezzanti del pericolo, e andavano avanti, malgrado tutti gli dicessero di non fare una certa cosa. Il folle si uccideva; l’eroe si offriva al martirio in nome di una causa. Entrambi morivano: e gli amareggiati passavano nottate e giornate intereparlando dell’assurdità e della gloria dei due tipi. Era l’unico momento in cui avevano la forza di salire in cima alla propria muraglia difensiva per lanciare uno sguardo all’esterno: subito dopo le mani e i piedi si stancavano, e così tornavano alla solita vita.
L’amareggiato cronico avvertiva la propria malattia soltanto una volta alla settimana: nel pomeriggio della domenica. Allora, non avendo il lavoro o la routine ad alleviargli i sintomi, capiva che c’era qualcosa di decisamente sbagliato: la pace di quei pomeriggi era infernale; il tempo non passava mai, e lui si ritrovava in preda a una fortissima irritazione.
Poi sopraggiungeva il lunedì, e l’amareggiato dimenticava i sintomi, quantunque si accanisse contro il destino che non lasciava tempo sufficiente per riposare, e si lamentasse per i fine-settimana che passavano troppo velocemente.”

Le ultime lettere di Jacopo Ortis – Ugo Foscolo

Umana vita? sogno,ingannevole sogno al quale noi pur diam sì gran prezzo…
bada;ciò cui tu stendi avidamente la mano è un’ ombra forse, che mentre è a te cara, a tal altro è noiosa. Sta dunque tutta la mia felicità nella vota apparenza delle cose che ora m’attorniano; e s’io cerco alcun che di reale, o torno a ingannarmi o spazio attonito e spaventato nel nulla! Io non lo so; ma per me, temo che Natura abbia costituito la nostra specie come minimo anello passivo dell’incomprensibile suo sistema, dotandone di cotanto amor proprio, perchè il sommo timore e la somma speranza creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali  e di beni, ci tenesse pur sempre affannati di questa esistenza breve, dubbia, infelice.
E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, essa ride del nostro orgoglio che ci fa reputare l’universo creato solo per noi,
e noi soli degni e capaci di dar leggi al creato.

Ma che dulore! – Antonio De Curtis (Totò)

State a sentì, ve voglio dì na cosa,
ma nun m’aita chiammà po’ scustumato;
chello ca v’aggia dì è na quaccosa
ca i’ penso che vvuje ggià nn’ite parlato.
Sta cusarella è ccosa ca sta a cuore
a tuttequante nuje napulitane:
sentennela ‘e struppià, ma che dulore,
p’arraggia ‘e vvote me magnasse ‘e mmane!

Ma nun è proprio chisto l’argomento,
si ‘a ‘nguaiano o no la povera canzone…
Sanno parlà sultanto ‘e tradimento!
‘A verità, stu fatto m’indispone.

Na vota se cantava ” ‘O sole mio “,
“Pusilleco… Surriento… Marechiaro”,
” ‘O Vommero nce stà na tratturia “…
“A purpe vanno a ppesca cu ‘e llampare”…

Chelli parole ‘e sti canzone antiche,
mettevano int’ ‘o core n’allerezza;
chesti pparole ‘e mo?… Che ffà… V’ ‘o ddico?
Nun è pe criticà: sò na schifezza!

“Torna cu mme… nun ‘mporta chi t’ha avuta”
” ‘O ssaccio ca tu ggià staje ‘mbraccio a n’ato”…
“Stongo chiagnenno ‘a che te ne si gghiuta”…
“Che pozzo fa s’io songo ‘nnammurato”…

Mettimmece na pezza, amici cari,
e nun cantammo cchiù: “Tu m’he traduto”.
Sentenno sti ccanzone, a mme me pare,
‘e sta’ a sentì ‘o lamiento d”e curnute!

La ragazza con l’orecchino di perla – Tracy Chevalier

La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero visto serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.

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Ero in cucina e stavo tritando le verdure quando udii delle voci provenire dalla porta d’ingresso: quella d’una donna, squillante come rame lucidato, e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce.
Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso.

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