Paulo Coelho – Lo Zahir

«Ho visto che in guerra, per quanto possa sembrare paradossale, gli uomini sono felici. Per loro, il mondo ha un senso. Come ti ho detto prima, il potere assoluto – o il sacrificio per una causa – dà un significato alle loro vite. Sanno amare senza limiti perché non hanno più niente da perdere. Un soldato ferito a morte non dice mai ai medici: “Vi prego, salvatemi!” Generalmente le sue ultime parole sono: ‘Dite a mio figlio e a mia moglie che li amo’. Nel momento della disperazione, parlano d’amore!
[…]

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“Esther domanda perché gli uomini sono tristi.
“’È semplice’, risponde il vecchio. ‘Vivono imprigionati nella loro storia personale. Tutti sono convinti che l’obiettivo dell’esistenza sia quello di portare a compimento un piano. Nessuno si domanda se quel progetto sia il proprio, o se sia stato pensato da altri. Le persone accumulano esperienze, ricordi, cose e idee altrui – più di quanto possano sostenere. E così dimenticano i propri sogni.’
[…]
“’Come si può fare per liberarsi di questa storia che ci hanno raccontato?’
“’Bisogna ripeterla a voce alta: noi rappresentiamo i suoi dettagli principali. E così, a mano a mano che la raccontiamo, ci congediamo da ciò che siamo stati, e – te ne renderai conto quando deciderai di affrontare questo cammino – ci apriamo a un mondo nuovo, sconosciuto. Ripeteremo tante volte quella storia antica, finché non avrà più importanza per noi.’
[…]
Quando le persone raccontano le loro storie, prendono coraggio».

Charles Bukowski – Panino al prosciutto

La prima sensazione che ricordo è di essere sotto qualcosa. Era un tavolo, vedevo la gamba di un tavolo, vedevo le gambe della gente, e un pezzetto di tovaglia che pendeva. Era buio, lì sotto, mi piaceva stare lì sotto. Dovevamo essere in Germania. Dovevo avere uno o due anni. Era il 1922. Stavo bene sotto il tavolo. Pareva che nessuno si fosse accorto che ero lì sotto.Il sole illuminava il tappeto e le gambe della gente. Il sole mi piaceva. Le gambe della gente non erano molto interessanti, non quanto quel pezzetto di tovaglia che pendeva, non quanto la gamba del tavolo, non quanto la luce del sole.

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Poi più nulla… poi un albero di Natale. Candeline. Ornamenti: uccellini con ramoscelli pieni di bacche nel becco. Un stella. Due grandi che litigavano, urlando. Gente che mangiava, sempre gente che mangiava. Anch’io mangiavo. Avevo un cucchiaio piegato in modo che se volevo mangiare dovevo prenderlo con la destra. Se lo prendevo con la sinistra non riuscivo a metterlo in bocca. Io volevo prenderlo con la sinistra.

Peter Høeg – Il Senso di Smilla per la Neve

Non finisce. Non finisce mai. Perché ora, su due piedi, espandiamo i numeri reali con quelli immaginari, radici quadrate dei numeri negativi. Sono numeri che non possiamo figurarci, numeri che la coscienza normale non può comprendere. E quando aggiungiamo i numeri immaginari ai numeri reali abbiamo i sistemi complessi. Il primo sistema all’interno del quale è possibile dare una spiegazione soddisfacente della formazione dei cristalli di ghiaccio.

Jostein Gaarder – La ragazza delle arance

Sempre più spesso usavamo il pronome “noi”. E’ una parola strana. Domani farò questo o quello, si dice. Oppure si chiede cosa l’altro, cioè “tu”, deve fare. Non è difficile da comprendere. Ma all’improvviso si dice “noi” e lo si fa con la più grande naturalezza “Andiamo in spiaggia sull’isola, con il battello?” oppure “restiamo a casa a studiare?” “ci è piaciuto lo spettacolo a teatro?” e poi un giorno “siamo felici!”
Quando usiamo il pronome “noi”, anche se sottointeso, accomuniamo due persone in una singola azione, quasi come se costituissero un’unica entità complessa. In molte lingue si usa un pronome specifico quando si tratta di due, e solo due, persone. Questo pronome si chiama duale, cioè quello che è diviso in due. Secondo me è una designazione utile, perchè a volte non si è nè uno nè tanti. Si è “noi due” e si è “noi due” come se questo “noi”non potesse essere diviso. Si esprimono regole uguali a quelle delle favole quando improvvisamente viene introdotto tale pronome, quasi come un colpo di bacchetta magica. “Adesso prepariamo la cena”, “adesso apriamo una bottiglia di vino”, “adesso andiamo a dormire” .
Non è quasi spudorato parlare in questo modo?
Di sicuro è diverso dal dire che adesso tu devi andare a casa, perchè io devo dormire.

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Quando usiamo il duale si introducono dunque delle regole completamente nuove. “Facciamo questa passeggiata!” e’ così semplice, Georg, sono solo tre parole, e nonostante ciò descrivono un’azione così piena di significato che tocca nel profondo la vita di due persone su questa terra. E non è solo per il numero di parole che in questo contesto si può parlare di risparmio di energia. “Facciamo la doccia!” diceva Veronika. “Mangiamo!” “Andiamo a dormire!”. Non c’è bisogno che di una sola doccia quando si parla così. Non c’è bisogno che di una sola cucina e di un solo letto.
Per me l’uso di questo nuovo pronome fu uno shock. “Noi” : era come se un cerchio si chiudesse. Era come se il mondo intero si fosse fuso in un’entità superiore.

Paolo Crepet – Sull’amore

Comunicare è un gesto d’amore, un riconoscere che l’una ha il diritto  di sapere e l’altro il dovere di dire…
La comunicazione è uno scambio emotivo che coinvolge tutti i sensi, significa prestare attenzione non solo  alle parole, ma anche al tono di voce, alla mimica facciale, all’espressione corporea: ovvero alla cominicazione non verbale nella quale gli occhi non vedono, guardano.

Fabio Volo – Le prime luci del mattino

Quando entro in casa, cerco di nascondere il disagio che mi porto dentro. Così, senza rendermene conto, ho imparato a recitare, a fingere, soprattutto a imitare.
Imito l’idea di moglie che ho in testa; imito le mie amiche innamorate e felici; imito la me sposata dei primi tempi che non sono più capace di essere.

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Tutto questo per evitare che lui possa vedere in me un’inquietudine interiore, un eccesso di tristezza.
Molte volte ho paura, aprendo la porta, di tornare a casa priva di sentimenti per lui.
Prima di entrare faccio sempre un lungo respiro e  indosso una maschera. Certi giorni ho l’impressione che capisca quando fingo e non dica nulla. A forza di fingere, a volte non so più nemmeno quale sia la verità.

Com’è potuto succedere? Eravamo così sicuri del nostro amore.

Massimo Bisotti – Il quadro mai dipinto

Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all’improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il deja vu, la sponda di un sogno. Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te… per sempre.

Sergio Bambarén – Il Vento dell’Oceano

Mai dimenticherò la prima volta che mi sono innamorato. Un sentimento così alieno da me pervase tutto il mio corpo e una magnifica nuova sensazione di appartenenza s’impossessò del mio cuore. Se solo potessi spiegare con le parole ciò che sentii quando i nostri occhi s’incrociarono per la prima volta, quando la presi per mano e ci scambiammo il primo tenero bacio. Per un attimo ho sentito che Dio era sceso dal cielo per toccare i nostri cuori. L’amore puro è indescrivibile, si può solo dire che è semplicemente meraviglioso.

Hermann Hesse – Demian

“Una volta (ero rimasto lontano alcuni gioni) mi vide ritornare turbato, e presomi in disparte osservò: << Lei non deve abbandonarsi a desideri nei quali non crede. So che cosa desidera, ma deve poter rinunciare a questi desideri oppure desiderare appieno. Se riesce a chiedere in modo da essere sicuro dell'esaudimento sarà anche esaudito. Lei invece desidera e poi si pente e ha paura. Tutto ciò bisogna superare. Le racconterò una fiaba. >>
E mi parlò di un giovane che era innamorato di una stella. In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella, la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri. Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall’uomo. Considerava suo destino amare senza speranze un astro, e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinunce e di mute sofferenze che dovevano purificarlo e renderlo migliore. Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella. Una volta, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare notturno, stava a guardare la stella ardendo d’amore. E nel momento di maggior desiderio fece un balzo e si buttò nel vuoto per andare incontro alla stella. Ma nel momento stesso del balzo un pensiero gli attraversò la mente: no, è impossibile! Così cadde sull’arena e rimase sfracellato. Non sapeva amare. Se nel momento del balzo avesse avuto l’energia di credere fermamente nel buon esito, sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.
<< L'amore non deve implorare >> conchiuse << e nemmeno pretendere. L'amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sè. Allora non è più trascinato, ma trascina. Il suo amore, Sinclair, è trascinato da me. Quando mi dovesse trascinare, verrò. Io non voglio fare regali, voglio essere conquistata. >>
Un’altra volta però mi espose un’altra fiaba. Si trattava di un innamorato che amava senza speranza. Ritiratosi interamente nella propria anima gli pareva di ardere di amore. Il mondo non esisteva più per lui, egli non vedeva più il cielo azzurro e le foreste verdi, il ruscello non mormorava per lui, l’arpa non tinniva, tutto era sommerso ed egli era ormai povero e misero. Il suo amore invece andava crescendo, ed egli avrebbe preferito morire anzichè rinunciare alla bella donna che amava. A un certo punto sentì che l’amore aveva bruciato ogni cosa dentro di lui e diventava potente e trascinava, sicchè la bella donna dovette seguirlo. Ella arrivò a lui che l’aspettava a braccia aperte. Ma come gli fu davanti apparve trasformata, e con orrore egli si accorse di aver trascinato verso di sè tutto il mondo perduto. E gli si donava col cielo e le foreste e il ruscello, tutto gli veniva incontro tinto di nuovi colori, tutto gli apparteneva e parlava il suo linguagio. Ed ecco, invece di conquistare soltanto una donna, aveva stretto al cuore il mondo intero, e tutte le stelle del firmamento ardevano in lui e brillavano di gioia nel suo cuore. Aveva amato e attraverso l’amore aveva trovato se stesso. La maggior parte degli uomini ama invece per perdersi.”

Seta – Alessandro Baricco

La sera Hervé Joncour preparò i bagagli.
Poi si lasciò portare nella grande stanza lastricata di pietra, per il rito del bagno.
Si sdraiò, chiuse gli occhi, e pensò alla grande voliera, folle pegno d’amore.
Gli posarono sugli occhi un panno bagnato.
Non lo avevano mai fatto prima.
Istintivamente fece per toglierselo ma una mano prese la sua e la fermò.
Non era la mano vecchia di una vecchia.

Hervé Joncour sentì l’aqua colare sul suo corpo, sulle gambe prima, e poi lungo le braccia, e sul petto. Acqua come olio. E un silenzio strano, intorno. Sentì la leggerezza di un velo di seta che scendeva su di lui. E le mani di una donna -di una donna- che lo asciugavano accarezzando la sua pelle, ovunque: quelle mani e quel tessuto filato di nulla.
Lui non si mosse mai, neppure quando sentì le mani salire dalle spalle al collo e le dita- la seta e le dita- salire fino alle sue labbra, e sfiorarle, una volta, lentamente, e sparire.

Hervé Joncour sentì ancora il velo di seta alzarsi e staccarsi da lui.

L’ultima cosa fu una mano che apriva la sua e nel suo palmo posava qualcosa.

Aspettò a lungo, nel silenzio, senza muoversi.
Poi lentamente si tolse il panno bagnato dagli occhi.
Non c’era quasi più luce, nella stanza.
Non c’era nessuno, intorno.
Si alzò, prese la tunica che giaceva piegata per terra, se la appoggiò sulle spalle, uscì dalla stanza, attraversò la casa, arrivò davanti alla sua stuoia, e si sdraiò.
Si mise a osservare la fiamma che tremava, minuta, nella lanterna.
E, con cura, fermò il Tempo, per tutto il tempo che desiderò.

Fu un nulla, poi, aprire la mano, e vedere quel foglio. Piccolo. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’altro. Inchiostro nero.

A Lavilledieu la vita scorreva semplice, ordinata da una metodica normalità.
Hervé Joncour se la lasciò scivolare addosso per quarantun giorni. Il quarantaduesimo si arrese, aprì un cassetto del suo baule da viaggio, tirò fuori una mappa del Giappone, la aprì e prese il foglietto che vi aveva nascosto dentro, mesi prima. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’altro. Inchiostro nero. Si sedette alla scrivania, e a lungo rimase a osservarlo.

Trovò Baldabiou da Verdun, al biliardo. Giocava sempre da solo, contro se stesso. Partite strane. Il sano contro il monco, le chiamava. Faceva un colpo normalmente, e quello dopo con una mano sola. Il giorno che vincerà il monco -diceva- me ne andrò da qesta città.
Da anni, il monco perdeva.

-Baldabiou, devo trovare qualcuno, qui, che sappia leggere il giapponese.

Il monco staccò un due sponde con effetto a rientrare.

-Chiedi a Hervé Joncour, lui sa tutto.

-Io non ne capisco niente.

-Sei tu il giapponese, qui.

-Ma non ci capisco niente lo stesso.

Il sano si chinò sulla stecca e fece partire una dandella da sei punti.

-Allora non resta che Madame Blanche. Ha un negozio di tessuti, a Nîmes. Sopra il negozio c’è un bordello. Roba sua anche quella. È ricca. Ed è giapponese.

-Giapponese? E come ci è arrivata qui?

-Non chiederglielo, se vuoi avere qualcosa da lei.

Merda.

Il monco aveva appena sbagliato un tre sponde da quattordici punti.

A sua moglie Hélène, Hervé Joncour disse che doveva andare a Nîmes, per affari. E che sarebbe tornato il giorno stesso.

Salì al primo piano, sopra il negozio di tessuti, al 12 di rue Moscat, e chiese di Madame Blanche. Lo fecero aspettare a lungo. Il salone era arredato come per una festa iniziata da anni e finita mai più. Le ragazze erano tutte giovani e francesi. C’era un pianista che suonava, con la sordina, motivi che sapevano di Russia. Alla fine di ogni pezzo si passava la mano destra tra i capelli e mormorava piano.
-Voilà.

Hervé Joncour attese per un paio d’ore. Poi lo accompagnarono lungo il corridoio, fino all’ultima porta. Lui l’aprì, ed entrò.

Madame Blanche era seduta su una grande poltrona, accanto alla finestra. Indossava un kimono di stoffa leggera: completamente bianco. Alle dita, come fossero anelli, portava dei piccoli fiori di color blu intenso. I capelli neri, lucidi, il volto orientale, perfetto.

-Cosa vi fa pensare di essere così ricco da poter venire a letto con me?

Hervé Joncour rimase in piedi, davanti a lei, con il cappello in mano.

-Ho bisogno di un favore da voi. Non importa a che prezzo.

Poi prese nella tasca interna della giacca un piccolo foglio, piegato in quattro, e glielo porse.

-Devo sapere cosa c’è scritto.

Madame Blanche non si mosse di un millimetro. Teneva le labbra socchiuse, sembravano la preistoria di un sorriso.

-Vi prego, madame.

Non aveva nessuna ragione al mondo per farlo. Eppure prese il foglio, lo aprì, lo guardò. Alzò gli occhi su Hervé Joncour, li rabbassò. Richiuse il foglio, lentamente. Quando si sporse in avanti, per restituirlo, il kimono le si aprì di un nulla, sul petto. Hervé Joncour vide che non aveva niente, sotto, e che la sua pelle era giovane e candida.

-Tornate, o morirò.

Lo disse con voce fredda, guardando Hervé Joncour negli occhi, e senza farse sfuggire la minima espressione.

Tornate, o morirò.

Hervé Joncour rimise il foglietto nella tasca interna della giacca.

-Grazie.

Accennò un inchino, poi si voltò, andò verso la porta e fece per posare alcune banconote sul tavolo.

-Lasciate perdere.-

Hervé Joncour esitò un attimo.

-Non parlo dei soldi.

Parlo di quella donna.

Lasciate perdere.

Non morirà e voi lo sapete.-

Senza voltarsi, Hervé Joncour appoggiò le banconote sul tavolo, aprì la porta e se ne andò.

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