Giulia Carcasi – Io sono di legno

Cara Giulia,
tu guardi i vestiti che aggiusto e mi credi una maga: pensi che le stoffe possono essere cucite, scucite, allungate, accorciate, un rammendo e ti sembrano nuove. Col tempo sai che camuffare gli abiti è un’arte da poco: sotto la toppa resta il buco. Bisogna arrendersi ai buchi, prima o poi vanno guardati da parte a parte.
E io, oggi, questo sguardo che attraversa, ce l’ho.
Era una famiglia affollata la mia, ci teneva compagnia una radio rumorosa come un calabrone, ci arrivavano i balli dalla faccia allegra dell’America, chiedevamo al futuro di fare in fretta e di essere migliore.
A tavola si controllava il piatto dell’altro per poter gridare all’ingiustizia, ma quando ti accorgevi che l’ingiustizia era comune, potevi solo stare zitto e abbracciato. Di abbracci eravamo esperti, era il nostro antidoto, il meno costoso.

Capitava che mentre lavoravi ti accorgevi di uno sguardo e il carico delle giornate si dimezzava.
Amore non era aggiunta, era sottrazione, era sconto di peso, era Carlos.
Lo so che si dice “l’ho amato con tutto il cuore”, ma io l’ho amato anche con i reni e la milza e lo stomaco, l’ho amato come solo una folle ama.
Lavoravo in un lanificio, conciavamo lana alpaca e la vendevamo agli stranieri, quelli attraccavano una volta l’anno le navi cargo, compravano a due soldi e rivendevano a mille. E perché il lavoro di un uomo ha un costo diverso da un paese all’altro, non l’ho ancora capito, per me lo sforzo è sforzo dappertutto.
Carlos caricava la merce sul camion e andava al porto a consegnarla.
Era una vita di schiena tesa: la nostra pelle indurita era scorza di guerrieri inca che non hanno altra armatura.“Tu mi asciughi il sudore” mi diceva, per quella fatica di giorno che l’amore di notte tamponava.
“E tu mi asciughi il sangue” rispondevo.
Sì, mi asciugava il sangue, si dileguava appena lui mi baciava.
“Potrei pungermi con l’ago, potrebbero spararmi, potrebbero investirmi, ma da quelle ferite non uscirebbe una goccia.
Mentre tu mi baci, io non posso morire, io non posso sentire il dolore di un taglio, qualunque disgrazia accada, mentre tu mi baci, io non posso soffrire. Perchè tu mi asciughi il sangue.”
Siamo stati vicini, tanto vicini che non lo riuscivi a distinguere il mio odore dal suo.
Eravamo un bel quadro senza cornice, volevamo comprare una casa e i soldi da parte non arrivavano mai alla cifra.
Qualcuno ci aveva parlato dell’Italia, era lì che la nostra lana finiva, dicevano che era la terra dei miracoli, in pochi c’erano stati, non eravamo gente che va.
“Io vado” ha detto un giorno Carlos.
“Dove?”
“Incontro ai miracoli.”
“A che serve? Tanto vale che aspetti: il miracolo prima o poi dovrà passare di qui.”
“No, Sofia, il miracolo s’è scordato e non passa più: vado. Ti comprerò un vestito che riprenda i tuoi capelli blu, che solo tu ce li hai così, in tutto il Perù non ce n’è una che ha i tuoi capelli.”

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E mentre prometteva ricchezze, splendeva anche lui.
Io no, io non splendevo, la fatica mi aveva insegnato a non credere ai soldi che stanno negli occhi e nella bocca, credevo ai soldi che si tengono in tasca, che si nascondono sotto il materasso e ogni tanto vanno controllati per assicurarsi che ci siano ancora.
Ma Carlos sognava e chi ero io per negargli un sogno: sarebbe stato lontano un anno, cosa conta un anno nell’eternità di due persone destinate?
“Vai” gli ho detto e in tre lettere c’era l’oceano.
Ha usato i nostri risparmi per viaggiare su quella nave cargo: è stato il carico più pesante che ho visto andare via.
Dopo qualche mese ho saputo che lavorava in una ditta di traslochi, lo pagavano bene, era felice e io con lui. Mi scriveva, ma le lettere che scriveva “oggi” arrivavano venti giorni dopo e io impazzivo al pensiero che quelle parole fossero già invecchiate.
Sono passati anni, tanti che non riuscivo a tenerli in una mano.
Mi sono imbarcata anch’io su quella nave, una donna folle in mezzo a lana alpaca, una donna impulsiva in mezzo a quell’odore di animale e istinto.
L’istinto fa fare cose irragionevoli, Giulia.
Io ero su quella nave per istinto e chissà cosa m’ero messa in testa di fare, trovarlo, trovarlo ovunque fosse, dirgli “questa non è casa tua, io sono casa tua, riprendi la strada del mio destino”.

L’ho cercato all’indirizzo dove gli spedivo le lettere, “ha cambiato casa” mi hanno detto i nuovi inquilini.
L’ho cercato al lavoro, “ha cambiato lavoro” mi ha detto il suo capo e poi, con una nota di rimprovero, “s’è messo a fare il difficile da quando s’è sposato”.
Si era sposato.
Non m’importava quando, dove, con chi, se era bella, più bella, se lo faceva ridere, se era ricca, non m’importava verificare con gli occhi: alle brutte notizie si crede ciecamente.
Non avevo più soldi per tornare indietro.
Non avevo più orgoglio per tornare al mio paese.
Volevo stare tra gente che non parlava la mia lingua, che domandava e non capivo, avevo voglia di non capire.
È così che si parte e si resta.
C’è una storia che raccontano dalle mie parti, una storia adatta a quelli che inciampano.
“Puoi camminare guardandoti i piedi e allora, è raro, ma potrai inciampare lo stesso; di sicuro, perderai un tramonto che si spegne davanti a te, i disegni di uno stormo di uccelli sulla tua testa. Oppure puoi camminare guardandoti attorno, quasi sicuramente inciamperai, però avrai raccolto i regali della terra.”
Io non ho dato retta a questa storia, io dopo aver inciampato, ho smesso di camminare.

I miei capelli blu li ho coperti con un velo, che nessuno potesse dire che non ce n’era un’altra con i miei capelli. Ho fatto un patto con Dio e per un po’ ha funzionato.
Poi sei arrivata tu.
M’incantava sentire i racconti dei balli, i baci che davi risvegliavano i miei.
Il venerdì è diventato festa con te e Roma sorridente come non l’avevo mai vista.
Saliamo sull’autobus e un uomo mi lascia il posto, è gentile, è vestito bene, ha i capelli curati e un figlio, ma ha quella faccia e io quella faccia me la porto dentro, non posso non riconoscerla, forse ci sono sei facce al mondo come la sua, ma tutte e sei assomigliano a quella che io ho amato.
Basta un attimo e ti accorgi che il velo copre, non cambia. Ho imparato i comandamenti e il rosario, ma rinunciare a un dolore non si può.
Non credo al perdono. Il male fatto resta ed è una faccenda tra uomini.
Dio non c’entra.

Sofia

 

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